PALAZZO BERGAMIN

Aggiornamento: 8 set 2021

13 Gocce di Cera Rossa si dipana quasi integralmente nell’antico palazzo dei Bergamin, una famiglia aristocratica immaginaria, situato a Venezia nelle propaggini settentrionali del sestiere di Cannaregio. Una scelta di fantasia idonea ad offrire la massima libertà per adeguare gli spazi al contesto del thriller e progettare gli scenari più confacenti alla trama. Da quelli angusti come lo studio privato del vecchio conte a quelli giganteschi come la biblioteca e il salone degli specchi, per arrivare alla piccionaia. Ricorrere a uno dei numerosi palazzi noti mi avrebbe costretto a conformarmi agli ambienti e precluso la possibilità di costruire liberamente le scene.

Perché una famiglia insignita da secoli delle più alte cariche governative della Serenissima dovrebbe scegliere un’abitazione defilata rispetto alle sedi più prestigiose affacciate sul Canal Grande? Per presentare un profilo mimetizzato che permetta ai suoi membri di esserci senza apparire, nella logica machiavellica di: Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei.

Il mio obiettivo era quello di evitare di cedere alla tentazione di usufruire di apparati scenici ovvi e di paesaggi scontati per allargare gli orizzonti visivi anche sulla laguna aperta.

La struttura del palazzo è costituita da una distribuzione degli spazi articolata e disarmonica, formatasi nei secoli da aggiunte occasionali al nucleo principale, magazzini e laboratori ora dismessi, una torre di guardia edificata per far fronte a eventuali attacchi provenienti dal mare, il tutto mantenuto in un allarmante stato di degrado dagli ultimi proprietari.

Alcune ispirazioni sono frutto di memorie di viaggi legate a una innata predisposizione per quanto è segreto e nascosto. Durante una recente visita ai sotterranei e ai Pozzi di Palazzo Ducale me li sono immaginati ai tempi del loro uso detentivo: sporchi, umidi e malsani. A essi si richiamano le aree celate di casa Bergamin.

Una reminiscenza di quando i miei figli erano piccoli e li facevo divertire con mappe di castelli e fortilizi pieni di ripostigli bui, accessi nascosti, trappole e trabocchetti sui quali inventare storie di assalti da parte di feroci nemici.





Il dipinto rappresentato fa parte della mostra curata da Maria Matilde Simari, Museo della Natura Morta della villa medicea di Poggio a Caiano, 2015. Il pittore della Scuola di Anversa raffigura una Cena in Emmaus, posta in secondo piano e defilata rispetto all’ambiente dettagliato con due donne sono intente a cucinare. Un esempio significativo di questo genere pittorico che nasconde dietro all’accuratezza descrittiva molteplici significati allegorici.






La cucina.[1] Nel romanzo faccio riferimento a dipinti di interni seicenteschi illustrati in modo esemplare con otri di vino, piatti in ceramica e pentole di rame sfavillante. A volte la composizione è arricchita da un mix eterogeneo di cacciagione, di pesci di ogni tipo e di canestri di ortaggi e frutta, un’esibizione di abbondanza di cibo e di ricchezza che a quei tempi era a disposizione di pochi eletti e suggellata dalla rappresentazione dettagliata di stoviglie raffinate.[2]

La camera da letto. La descrizione della camera assegnata al protagonista nasce dalla rielaborazione del ricordo di una visita al Museo di Palazzo Davanzati a Firenze, dove si trova un imponente letto a baldacchino drappeggiato. Il resto dell’arredamento corrisponde alle consuetudini gentilizie della seconda metà del XVI secolo, con aggiunte successive per consentire maggiore funzionalità, come la presenza di uno scrittoio San Filippo, in auge un secolo dopo e di una poltrona bergère, ancora più tarda, che assicura un comfort più accettabile rispetto ai seggioloni austeri e rigidi del passato.

La sala delle porcellane è un riadattamento concettuale della Wunderkammer o camera delle meraviglie dove i collezionisti nel XVI secolo stipavano oggettistica preziosa e curiosità varie suddividendole in Mirabilia artificialia e naturalia. La collezione di ceramiche dei Bergamin è più specialistica e si rifà soprattutto alla produzione locale settecentesca che, grazie alla scoperta della formula della porcellana, si era affrancata dalla costosissima importazione cinese. Ovviamente a questa si aggiunge una variegata collezione di antichissimi pezzi istoriati di notevole rarità e valore.

La piccionaia. Una famiglia che si è adoperata per generazioni a ricoprire incarichi diplomatici alle corti europee doveva mantenere una corrispondenza messaggistica rapida e sicura. I piccioni viaggiatori erano lo strumento ideale per consegnare messaggi in codice con la massima priorità e costituire la rete necessaria a richiedere e ottenere informazioni politiche e commerciali strategiche.[3]

L’orecchio di Dioniso. L’apparato nascosto in una stanza segreta, formato da tubi dotati nella parte terminale di strani imbuti di metallo e adibito a sistema d’ascolto per spiare e carpire i segreti politici o commerciali degli ospiti, mi è stato ispirato dalla leggenda del tiranno di Siracusa e dai tubi collocati nei parchi giochi per bambini, che funzionano molto bene.

Non stento a credere che per Venezia le informazioni fossero di capitale importanza e non mi sorprenderebbe scoprire che in qualche palazzo questo sistema sia stato effettivamente adottato.[4]






[1] Capita spesso che le guide turistiche durante le visite degli interni di palazzi e castelli antichi decantino attrezzature e consuetudini culinarie inventate di sana pianta ed esaltino la presenza di suppellettili di servizio spacciandole per autentiche ma che in realtà non avrebbero nulla a che vedere con quelle in uso in una cucina di quell’epoca. [2] Una leggenda racconta che agli inizi del Cinquecento a Roma, a casa di Agostino Chigi, il banchiere dei papi, al termine del banchetto fosse consuetudine lanciare dalla loggia di Galatea i piatti d’argento e d’oro massiccio nelle acque del Tevere, salvo poi recuperarli con delle reti posizionate strategicamente. [3] È nota la leggenda delle ricchezze accumulate da Rothschild grazie alla messaggistica dei piccioni viaggiatori che lo aveva avvertito in anticipo della vittoria di Waterloo permettendogli una redditizia campagna di acquisti in borsa al ribasso. [4] Nel libro di Paolo Preto I Servizi Segreti di Venezia (Il Saggiatore, 1999) l’autore dimostra come la Serenissima fosse la potenza meglio organizzata in tema di servizi segreti, dotati di cospicui finanziamenti e poco controllati per la loro importanza strategica. Dal 1506 era attivo il Segretario alle cifre, “ministro delle spie”, il controspionaggio era formato da “spie onorate” e le denunce anonime venivano depositate in speciali cassette dette boche de leòn. Il primo a usare il termine “agente segreto” fu l’avventuriero Giacomo Casanova.

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