Le monache del Monastero


Da un antico dipinto del XVIII secolo: Suore al lavoro


Dall’ultimo censimento le suore di clausura ammonterebbero a quasi trentottomila, per lo più ripartite nei monasteri italiani e spagnoli, un numero notevole in un periodo di carenza di vocazioni. Tante eppure distribuite in sedi che ne ospiterebbero anche meno del numero minimo per la sopravvivenza del monastero stesso. Le nuova regole emanate da Papa Francesco nel 2016 sulla vita contemplativa monacale, stabiliscono che: se in un monastero il numero di claustrali con voti solenni si riduce a 5, allora perde il diritto ad eleggere una propria superiora, “un provvedimento che, in caso di crisi valutata come irreversibile può portare alla soppressione da parte della Santa Sede.” Per il romanzo Il Tredicesimo Simbolo mi sono ispirato a questa situazione per descrivere il deprecabile rischio in cui versava all’inizio il Monastero di Santa Lucia. Poche monache, una sede in precario stato di manutenzione e in carente autonomia finanziaria. Madre Emeraude, la badessa, spinta dall’impellente necessità chiama Ludovico Boringhieri per verificare il valore dei beni mobili del suo Monastero, il cosiddetto tesoro, e autorizzarne la vendita. Con il ricavato, sperando che possa essere sufficiente, procedere a una radicale ristrutturazione dell’immobile.

Tra i due inizia così, a volte in modo conflittuale, a volte confidenziale ma sempre corretto e fiduciario.

«Reverenda Madre, che la luce del Signore illumini il suo cammino.»

«Eviti gli sproloqui che nella bocca di un ateo suonano blasfemi e si accomodi. Devo parlarle di alcune importanti novità.»

Nonostante sul credo fossimo su sponde opposte, col tempo si era instaurato fra noi un rapporto di stima e ri­spetto reciproco.

“A madre Emeraude, badessa del Monastero di Santa Lucia, era difficile dare un’età, la pelle del viso era priva di rughe ma l’espressione sempre seria e compenetrata nel suo alto ufficio la faceva sembrare forse più anziana di quello che era.”

“Aveva un modo molto particolare di scrutare gli in­terlocutori, mentre discorreva con loro li fissava inten­samente negli occhi, senza un battito di ciglia, il viso immobile, privo di ogni accenno di empatia, un vero frozen moment.”

Qualche citazione che inquadrano il personaggio.

E poi c’è suor Clotilde la monaca cellaria l’altra presenza costante.

“Batteva nervosamente un piede a terra mentre lanciava occhiate malevole a me e al suo enorme orologio da polso professionale multifunzione. Cosa se ne facesse una suora nell’entroterra toscano di un orologio da sub era un mistero! «Sa cosa diceva Sant’Ignazio? “Prega come se tutto dipendesse da Dio. Lavora come se tutto dipendesse da te”» esordì sprizzando veleno.

Arcigna e diffidente nei confronti degli esterni, ci trovavamo sovente in disaccordo...

Mi aveva confinato in una cella della foresteria senza finestra e con una luce da lume cimiteriale, e lì mi passava un oggetto dopo l’altro, rigorosamente uno alla volta, che poi andava a riporre così che i confronti li potevo fare solo tramite foto, con tutte le limitazioni che questo metodo comportava.

Ci sono poi diverse altre presenze che vivacizzano il romanzo: suor Delfina la vivandiera, suor Livia l’archivista, suor Celeste e suor Margherita due novizie, monache con personalità e caratteri distinti. Inutile cercare somiglianze sono inventate di sana pianta.

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